Alberto Sordi e Roma, un legame indissolubile

Romano de Roma
Esistono delle persone che non possono non essere identificate con la città dove sono nate e parlare di Alberto Sordi equivale a dire Roma.
Quello che è stato uno dei più grandi interpreti della commedia italiana e che ha saputo dipingere i vizi e le virtù di un'epoca in continua trasformazione, è sempre stato coniugato con la sua amata città natale.
Vedendo i suoi film è impossibile non ricordare una battuta che non sia diventata famosa e risulta impossibile non collegarla con uno slang tipicamente romano.
Non sono solamente le pellicole più celebri e divertenti come ‘Un americano a Roma’, ‘Un giorno in pretura’ o ‘’Il marchese del Grillo’ a ricollegare l’Albertone nazionale alla città di Roma, ma c’è molto altro di più.

Sordi e Roma
Nato nell’allora popolare rione di Trastevere, non tutti sanno che Alberto trascorse gran parte della sua infanzia a Valmontone, un paesino dei Castelli romani. La sua storia, per il resto, è stata narrata dallo stesso attore in più di una circostanza e la potete leggere in varie biografie a lui dedicate.
Così come è nota la sua passione per il calcio e per la Roma, squadra che Sordi ha più volte citato in varie sue pellicole, evidenziando il suo amore per i colori giallorossi. La romanità di Alberto Sordi si può dire che sia alla stessa altezza di quella di altri due grandi della nostra cinematografia: l’immensa Anna Magnani e Aldo Fabrizi, seppur ognuno alla sua maniera. Simbolo vero non solo di una romanità popolare, ma anche dei principali difetti degli italiani che ha saputo raccontare su tante sue pellicole. Certo che da bambino Alberto, non avrebbe mai potuto immaginare che la sua ‘romanità’ lo avrebbe portato a diventare, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, sindaco di Roma per un giorno.
Fu l’allora primo cittadino della Capitale, Francesco Rutelli, ad avere l’idea di fare questo regalo a Sordi che fu ben felice di indossare la fascia tricolore e farsi vedere per le strade della città al fianco del vero sindaco che lo accompagnò per l’intera mattinata. Anche in quella circostanza Alberto Sordi regalò una delle sue tante ‘perle’ di saggezza e di spontaneità romanesca quando, verso l’ora di pranzo rivolgendosi a Rutelli esclamò: ‘A Rutè nun je la faccio più…’, togliendosi la fascia e rientrando nella sua splendida villa per l’abitudinario piattone di pasta seguito dalla tradizionale pennichella alla quale era abituato.

E nella vita?
Quando si pensa ad Alberto Sordi, lo ricordiamo abile interprete in pellicole destinate a rimanere nella storia della cinematografia italiana. Dei suoi circa duecento film, come non citare ‘I vitelloni’, ‘La grande Guerra’, ‘Tutti a casa’, ‘Un borghese piccolo piccolo’, ‘Detenuto in attesa di giudizio’ tanto per citarne alcuni dove l’attore vestiva panni drammatici, oltre quelli appartenenti alla commedia dov’è impossibile non ridere di gusto anche oggi dopo aver visto per l’ennesima volta pellicole come ‘Il vedovo’, ‘Il vigile’,‘Polvere di stelle’,’Il conte Max’ e la lista potrebbe continuare all’infinito.
Scapolo celebre (e ambito) ed ingiustamente dipinto come ‘tirchio’, tra Sordi e Roma c’è un indissolubile nesso. Vi potete immaginare l’Albertone nazionale laddove il destino lo avesse fatto nascere in un’altra città? Il dialetto romanesco era impossibile da nascondere al 100% anche quando per esigenze di copione, l’attore doveva recitare magari in veneziano (‘I due gondolieri’) o in emiliano (‘Una botta di vita’): il suo ‘io’ emergeva sempre fuori. Sordi da Roma ha preso vizi e virtù e li ha saputi trasportare in modo professionale in tutti i suoi film.
Alle matrici negative dell’indolenza, della pigrizia, del cinismo, della codardia e dell’opportunismo ha magistralmente coniugato quelle positive dell’astuzia, del coraggio, della saggezza popolare e della fede originando un mix di situazioni che nessuno al di fuori di lui, aveva creato prima e nessuno dopo di lui, riuscirà a creare di nuovo. Le volgarità di modi di fare e dire riconducibili ad una forma di coattitudine (ci si perdoni il termine improprio) Alberto Sordi è riuscito a renderle dolci, quasi raffinate ed accettabili.
Ancor di più è riuscito ad ottenere per il romanesco, dialetto non simpatico a tutti, una sorta di accettazione nazionale tanto che molti italiani hanno fatto proprie certe battute tratte dai suoi film. Anche nel suo privato, Sordi era il Sordi che tutti hanno conosciuto al cinema. Un aneddoto racconta che l’attore a volte si recava a mangiare in un ristorante al quartiere Testaccio, un rione molto popolare dirimpetto a Trastevere.
Era un abitudinario e, al solito, si accomodava sempre allo stesso tavolino dove mangiava. È nota anche la sua idiosincrasia per i funghi, unico alimento del quale diffidava da sempre. Un giorno, il cameriere che lo serviva, annunciando a voce i piatti del giorno gli disse: ‘Dottò, oggi ci hanno portato dei funghi Porcini davvero squisiti’. Sordi, girò la testa intorno per fare una panoramica del locale trovandolo deserto (andava sempre prima o dopo l’ora canonica per non trovare clienti che avrebbero potuto infastidirlo) e rispose: ’Ecco perché nun vedo manco un cameriere’, come se questi fossero stati avvelenati dopo aver mangiato funghi.
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Quel 24 febbraio del 2003
Quel freddo giorno di febbraio, Roma si svegliò come sempre e come sempre aveva abbracciato inconsciamente la filosofia di Alberto Sordi che recitava ‘Quanno se scherza, bisogna esse seri’, quando all’improvviso fu percorsa da una voce che la raggelò: Era morto Albertone. Ammalato da due anni di uno di quei mali dai quali non si scappa, la notizia colpì ogni romano che ebbe la precisa sensazione che era venuto a mancare uno di famiglia, una persona alla quale era facile dare immediatamente del ‘tu’ pur non conoscendola direttamente. L’amore che Roma e i romani avevano da sempre coltivato per questo grande personaggio, fu dimostrato in modo tangibile durante i due giorni nei quali fu reso onore alla salma esposta in Campidoglio dove una fila interminabile di persone, affrontò attese di ore pur di passare davanti alla sua bara.
I funerali pubblici ebbero luogo nella più capiente piazza della Capitale, quella di San Giovanni in Laterano che fu riempita da quel popolo romano del quale anche Alberto aveva fatto parte a pieno titolo. Attraversarono il cielo soprastante la folla due piccoli aerei trascinando ognuno uno striscione scritto. Sul primo si poteva leggere ‘Albè faje Tarzan e ovunque tu sia andato, faje vedè chi sei’, con un esplicito riferimento al film ‘Un americano a Roma’, mentre l’altro piper volteggiò con una scritta più triste che evocava lo stato d'animo della sua Roma che diceva ‘Sta vorta c’hai fatto piagne!’.

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04/03/2019
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